Ci occuperemo in questa rassegna dell'area
di quella che per brevità possiamo definire "sinistra
anticapitalista". Intendiamo con questa denominazione l'insieme
della militanza che consideriamo alla sinistra della socialdemocrazia
per non aver rinunciato ad una critica radicale del capitalismo
ed alla ricerca di una alternativa. Vi comprendiamo il PRC nelle
sue varie articolazioni, il PdCI, i raggruppamenti alla sinistra
del PRC, la sinistra sindacale CGIL, i "sindacati di base",
i centri sociali.
Prima della guerra
In Kosova si sono avute due guerre: quella
del regime serbo contro gli albanesi kosovari che è iniziata
quasi un secolo fa e che nella sua ultima fase si è protratta
dal 1988 al 1999, e quella della coalizione imperialista contro
la Jugoslavia nel 1999. A merito di tutte le correnti della sinistra
anticapitalista italiana va di aver combattuto contro l'intervento
imperialista occidentale, e a demerito di non aver detto nulla
(nel migliore dei casi) circa l'oppressione esercitata sugli
albanesi del Kosova ad opera del regime serbo. E, come vedremo,
il silenzio su questa seconda guerra getta un'ombra sinistra
anche sull'opposizione apparentemente nobile e disinteressata
alla prima.
Tutte le varie correnti della sinistra anticapitalista italiana
hanno bellamente ignorato per dieci anni la resistenza non violenta
degli albanesi kosovari nei confronti dell'oppressione serba.
Il fatto è tanto più vergognoso se si pensa che,
durante la guerra, le stesse componenti hanno esaltato in funzione
antiUCK la precedente lotta di resistenza non violenta beatificando
Rugova ed enfatizzando il suo incontro con Milosevic in piena
guerra. Ma gli articoli sui giornali della sinistra che si occupavano
della situazione kosovara, sino all'88, si potevano contare sulle
dita della mano. E' solo con l'apparizione dell'UCK e le operazioni
dell'esercito serbo che si comincia timidamente a parlare del
Kosova, ma ancora a gennaio-febbraio '99 il Comitato di Solidarietà
per il Kosova in occasione dei numerosi incontri organizzati
con soggetti della sinistra si scontrava con una generale indifferenza,
ignoranza o sottovalutazione del problema (la domanda che si
rivolgeva più frequentemente era: ma perché vi
occupate dei kosovari e non dei curdi? Era infatti il tempo dell'affaire
Ocalan).
Con lo scoppio della guerra le diverse tradizioni della sinistra
anticapitalista reagiscono in maniera diversa, pur all'interno
di un quadro di riferimento che ci pare, con varie sfumature,
lo stesso.
Le tradizioni politiche della sinistra
anticapitalista italiana
Nella sinistra anticapitalista italiana
sono nettamente maggioritarie, al di là delle articolazioni
organizzative che si sono date, spesso in contrasto tra loro,
due culture politiche: quella che definiamo "ingraiana",
e quella "togliattiana".
Al filone culturale che abbiamo definito per comodità
"ingraiano" fanno riferimento il segretario del PRC
Bertinotti (e Ramon Mantovani, responsabile esteri del PRC),
il gruppo dirigente del Manifesto, una parte (quella non berlingueriana)
della sinistra diessina, svariati raggruppamenti più o
meno provenienti dai quadri della disciolta Democrazia Proletaria
(l'Associazione Punto Rosso, tra le altre), il gruppo dirigente
della sinistra della maggioranza CGIL (Giorgio Cremaschi ad esempio,
segretario della FIOM di Torino). Spesso questi soggetti sono
in antagonismo tra loro, ma altrettanto spesso li ritroviamo
insieme in certi seminari, in interviste collettive, in progetti
editoriali comuni (l'ultimo è la Rivista del Manifesto).
Trae le proprie origini teoriche dalla sinistra socialista degli
anni sessanta ed in particolare dai Quaderni Rossi di Panzeri.
La caratteristica dominante di questa corrente è il rifiuto
della dialettica. Così come i panzeriani degli anni sessanta
immaginavano ci fosse un "piano del capitale" che tutto
sussumesse e inglobasse programmando ogni sua azione e persino
determinando il corso dei movimenti sociali, così oggi
questo settore indica nella "globalizzazione" il nuovo
nemico, dotato di un piano che meticolosamente sta mettendo in
pratica. Di fronte a questi nemici, che non sono mai individuati
fisicamente e di fronte alla loro onnipotenza, non è mai
chiara la strategia che la corrente in questione propone, se
non una politica di resistenza (nelle sue versioni "morbide").
Gli intellettuali di questa tradizione odiano gli "schematismi",
ma in realtà non posseggono un sistema interpretativo
della realtà dotato di un minimo di stabilità nel
tempo, ogni fenomeno sociale dunque è sempre, per loro,
"nuovo" e costituisce un punto di partenza per inedite
costruzioni teoriche e definizioni accattivanti.
La corrente "togliattiana" invece ha sempre esercitato
sino all'uscita di Cossutta dal PRC una netta predominanza nella
sinistra anticapitalista. Essa comprende oggi il PdCI, una parte
consistente e forse maggioritaria dell'apparato del PRC (la Federazione
milanese, la redazione di Liberazione, ecc.) composto sostanzialmente
da cossuttiani che non sono usciti con l'ultima scissione, pezzi
di CGIL (Area Programmatica dei Comunisti, ecc.). Possiamo anche
definirla la versione italiana dello stalinismo. Questi militanti
non sono in generale degli intellettuali, ma ottimi organizzatori.
Non li ritroviamo a provarsi in grandi discorsi teorici, ma a
gestire le strutture. La corrente in questione ha uno scarsissimo
amore per la conteporaneità e si nutre di tutti miti dello
stalinismo e del togliattismo. Così come l'ingraismo vive
del "nuovo", il togliattismo vive, in buona sostanza,
del "vecchio" (la Resistenza come lotta nazionale,
l'edificazione dell'URSS, l'esaltazione della simbologia "comunista",
ecc.). La loro strumentazione ideologica è fatta di un
marxismo economicista e meccanicista che spiega tutto in termini
di complotti. Per questa corrente vi è sempre tutta una
serie di aneddoti, che "provano" la trama nascosta
di questo o quell'imperialismo. La loro frase preferita è
"non a caso", la loro domanda principe: "chi c'è
dietro?". Sono diffidenti verso i movimenti coi quali non
sanno e spesso non vogliono rapportarsi (perché non controllabili).
La corrente "ingraiana"
alla prova della guerra
Possiamo rintracciare le posizioni della
corrente che abbiamo definito "ingraiana" nelle dichiarazioni
rese dal responsabile esteri del PRC Mantovani, negli interventi
del segretario del PRC Bertinotti, negli articoli di vari intellettuali
sul Manifesto. Ecco i punti centrali di questa posizione (gli
esempi che riguardano il PRC sono tratti da documenti scaricabili
dal sito del partito http://www.rifondazione.it):
a) Si ritiene che la guerra sia stata
voluta dagli USA con una Europa che è dipinta, a seconda
degli autori o del momento, complice o subalterna. L'Italia avrebbe
partecipato dimostrando di essere "serva" della volontà
USA, non dotata di una propria autonoma politica estera. In questa
chiave viene interpretata anche la natura della NATO, vista come
braccio armato USA. (1)
b) Durante la guerra non si ignorava
il dramma degli albanesi espulsi in massa, ma lo si citava solo
come una "dimostrazione" della dannosità dell'intervento
della NATO. L'impostazione era: se cessa l'intervento USA anche
i serbi non avranno più interesse a perseguitare gli albanesi.
Si evita di criminalizzare l'UCK, preferendo esaltare il ruolo
di Rugova e, a ritroso, gli anni della resistenza non violenta.
(2)
c) Si chiede l'intervento dell'ONU, ed
il controllo di questa su un Kosova cui deve essere garantito
l'autonomia ma non l'autodeterminazione. (3) Si esalta sulla
stessa onda il "ruolo di pace" (ad esempio il viaggio
compiuto da monsignor Tauran nell'aprile dell'anno scorso a Belgrado)
del Vaticano denunciando i tentativi di "trascinarlo"
su posizioni guerrafondaie.
d) Non si difende Milosevic di cui si
riconoscono i tratti autoritari, ma si legittima lo stato jugoslavo
rimpiangendo il modello titino. (4)
e) Il fine dell'intervento sarebbe quello
di destabilizzare l'area dei Balcani per garantire una maggiore
penetrazione economica. (5)
Con il passare del tempo, dopo la fine
della guerra, il discorso di questa corrente si è fatto
più complesso. La vicenda dei serbi in fuga dal Kosova
ha rafforzato ogni genere di argomentazione favorevole alla "convivenza
multietnica" (con la quale questa corrente da sempre giustifica
la propria contrarietà a mettere in discussione i confini
degli stati) e che le serve come terreno di confronto e di intesa
con settori pacifisti.. Inoltre ha preso quota una ennesima scoperta
ideologica: "la guerra come nuovo paradigma". Un esempio
è costituito dalla relazione di Fausto Bertinotti al Comitato
Politico Nazionale del 6/7 novembre 1999:
"[vi sono] due coordinate di fondo
che cambiano la situazione mondiale, come il processo di globalizzazione
e il ricorso alla guerra. Quest'ultima, come dicevamo, non finisce
con la fine della guerra guerreggiata nel Kosovo. Essa diventa
un elemento permanente, per l'imposizione di un nuovo ordine
mondiale [] Tutto ciò ci riporta a una questione generale:
la guerra diventa funzionale in modo permanente al processo di
globalizzazione e al rafforzamento del dominio oligarchico, di
cui la Nato costituisce il braccio armato." (6)
Una delle conseguenze di queste tendenze
interpretative "nuoviste" è che spiegano i fatti
che si succedono come un sempre ulteriore passo verso il peggio,
opera di un moloch non fisicamente determinato e onnipotente,
rifiutando così di fare i conti con la storia e di confrontarsi
dunque con fenomeni simili già accaduti nel passato. In
questo modo la storia appena trascorsa diventa migliore dell'oggi
e oggetto di una sottile nostalgia, ad esempio l'epoca della
guerra fredda, dove, miticamente, l'ONU viene vista come garanzia
di un qualche ordine più equo di quello attuale. Da qui
la dimenticanza delle guerre combattute sotto le bandiere dell'ONU,
dalla guerra di Corea sino a quella dell'Iraq (le cui attuali
sanzioni omicide sono pure garantite dall'ONU).
La corrente "togliattiana"
alla prova della guerra
La corrente "togliattiana"
ha conseguito un non grande successo all'inizio della guerra,
quando la fiumana di profughi albanesi rendeva piuttosto indigesto
il suo acceso filoslavismo. La sua interpretazione complessiva
è rintracciabile negli innumerevoli articoli pubblicati
da giornalisti e corrispondenti del Manifesto e di Liberazione,
o da sparsi intellettuali (Luciano Canfora, Domenico Losurdo)
o propagandisti (Fulvio Grimaldi). Ecco gli assi di questo sistema
interpretativo:
a) vi sarebbe un complotto ordito dagli
USA con vaste complicità europee (soprattutto tedesche)
tese allo smembramento della Jugoslavia e dell'URSS. La Jugoslavia
è l'anello mancante per un dominio totale sui Balcani.
Allo stesso modo si interpreta a ritroso anche la guerra di Bosnia.
Il Kosova in particolare servirebbe per controllare i corridoi
per il passaggio di merci e petrolio attraverso i Balcani, la
guerra sarebbe stata scatenata per assicurare alla regione un'indipendenza
di facciata che coprirebbe il dominio USA.
b) La cacciata degli albanesi dal Kosovo
sarebbe una montatura dei mass media, non vi sono state stragi
ma una lotta tra due eserciti: quello legittimo jugoslavo e l'UCK.
Non è riconosciuta la leggittimità della lotta
non violenta che ha preceduto l'apparizione dell'UCK. Si utilizzano
abbondantemente gli strumenti della propaganda serba (i presunti
stupri degli albanesi kosovari ai danni delle serbe, il diritto
"storico" dei serbi sul Kosova, la complicità
degli albanesi con il fascismo contrapposto al sacrificio antinazista
del popolo serbo, ecc.). (7)
c) L'UCK sarebbe il braccio armato della
NATO, uno strumento creato e finanziato dagli USA, costituito
da criminali legati al narcotraffico. Nella pubblicistica della
corrente c'è una vera e propria ossessione nei confronti
di questa organizzazione.
d) Milosevic non sarà forse un
santerellino ma il PSS e la JUL sono partiti di sinistra e difendono
uno stato che esercita "oggettivamente" una funzione
antimperialista.
Dopo il rientro dei profughi albanesi
e la fuga di parte della componente serba, l'impostazione di
questa corrente è andata incontro ad un crescente successo.
Patrimonio inizialmente di settori che sino alla caduta del Muro
erano filosovietici (8) oggi permea di sé la gran parte
degli articoli del Manifesto e di Liberazione, che quotidianamente
forniscono l'informazione ai militanti della sinistra anticapitalista.
(9) In questi quotidiani , è profusa una tale quantità
di inesattezze e bugie che in questa sede è difficile
darne conto. Nella cronologia pubblicata dallo speciale di Liberazione
dedicato all'anniversario della guerra si arriva a dei clamorosi
falsi come il far risalire la "fuga" degli albanesi
all'inizio dei bombardamenti, senza citare nemmeno in una riga
l'azione delle milizie serbe! Il Kosova è visto come un
inedito esempio di "stato criminale". E così
via. Liberazione però se lo leggono 15.000 persone, i
lettori del Manifesto invece superano i 100.000 e proprio per
la larga influenza che sta avendo del determinare l'orientamento
della militanza sul Kosova, gli dedichiamo una parentesi.
Il Manifesto
L'approccio del quotidiano nei confronti
del Kosova è andato via via peggiorando dopo la fine della
guerra. Gli "intellettuali" del Manifesto (che hanno
riempito lo speciale del quotidiano in occasione dell'anniversario
della guerra) mantengono più o meno l'impostazione "ingraiana"
sopra descritta, il team dei redattori e dei corrispondenti che
si occupano dei Balcani si applicano invece alla bugia sistematica
come i peggiori esponenti della corrente "togliattiana".
Non pare si tratti di una contraddizione, ma di una sorta di
"divisione dei compiti", con Di Francesco e compagnia
a fare "il lavoro sporco".
Ci limiteremo a qualche esempio. (10) In numerose occasioni gli
articoli del Manifesto hanno lasciato intendere che le sanzioni
contro la Jugoslavia sono un vero e proprio embargo totale, comprendente
il blocco commerciale, cosa assolutamente non vera, poiché
le sanzioni riguardano solo gli investimenti e le (poco influenti
per la Jugoslavia) vendite di petrolio dai paesi NATO.
Periodicamente il Manifesto riprende, al pari degli altri quotidiani
italiani, le solite operazioni di "revisionismo storico"
riguardo alla strage di Racak e, più in generale, sul
numero di morti kosovari albanesi prima della ritirata serba.
Le cifre fornite sui più vari argomenti del resto sono
totalmente campate in aria, e per di più variano da numero
a numero. Per esempio ricorrono sistematicamente negli articoli
cifre che vanno dalle 3.000 alle 5.000 unità per quantificare
il numero di serbi rimasti in Kosova; in realtà non solo
tutte le fonti, dalla NATO, all'ONU, all'OSCE e, soprattutto,
allo stesso governatore serbo del Kosovo, Zoran Andjelkovic,
formalmente ancora in carica per Belgrado, concordano sulla cifra
approssimativa di 100.000 serbi presenti in Kosova, ma il dato
appare inverosimile se si pensa che nella sola municipalità
di Mitrovica i serbi sono 10.000-15.000.
I giornalisti del Manifesto sono poi ossessionati dal Kosovo
Protection Corps (KPT), la forza di protezione civile in cui
sono confluiti molti ex UCK, che non è assolutamente una
forza di polizia, tranne che per il Manifesto; il 16 febbraio
Di Francesco scrive: "l'UCK altro non è che l'attuale
KPT (Kosovo Protection Corps), la nuova polizia voluta a tutti
i costi da Kouchner e dalla NATO che ha così riciclato
[...] le sue gerarchie di comando, i mezzi militari [il KPT ha
in tutto solo 200 pistole per 3.000 effettivi!] e le milizie".
In altri casi il Manifesto sfiora il ridicolo, come quando con
due articoli pubblicati a gennaio a firma Scotti e Di Francesco,
si fa passare la tesi che Arkan fosse in realtà un uomo
di Tudjman e naturalmente... dell'UCK! A conferma di tale ultima
fantasiosa tesi Di Francesco si limita a dare la seguente informazione
sibillina, il 18 gennaio: "in Macedonia, pochi giorni prima
della guerra, il governo di Skopje aveva aperto un'inchiesta
su traffici d'armi, via Tetovo, tra settori dell'UCK e la malavita
albanese-macedone collegata proprio ad Arkan". Naturalmente
si tratta di una notizia che non trova riscontro da nessuna parte
ed è in aperta contraddizione con le accuse, lanciate
a più riprese dallo stesso Manifesto contro il regime
di Skopje, di essere un sostenitore dell'UCK.
Ci sono poi i "silenzi" che valgono anche più
delle bugie. Dall'estate scorsa è in corso il progetto
Eurocorps, cioè il lancio in grande stile sullo scenario
internazionale di una forza completamente europea e non NATO,
già esistente, ma finora pressoché inattiva. Nel
corso di importanti vertici franco-anglo-tedeschi, svoltisi tra
ottobre e novembre, era stata ufficialmente varata la candidatura
dell'Eurocorps ad assumersi il comando della missione Kfor. Ne
hanno scritto molti articoli i giornali di tutto il mondo, da
Le Monde al Washington Post, ai giornali russi, e anche il Corriere
della Sera e la Repubblica. Si tratta di una cosa importantissima,
perché è la prima volta che una missione militare
è interamente comandata da una struttura militare europea
non NATO (anche se vincolata da precisi accordi con l'alleanza).
Ebbene, ai lettori del Manifesto la cosa è stata tenuta
sistematicamente nascosta. Naturalmente, dopo avere sostenuto
per mesi la tesi della guerra tutta USA mirata a indebolire l'Europa,
il Manifesto deve tenere accuratamente nascosto fino all'ultimo
tale fatto ai suoi lettori.
Va detto che il Manifesto in realtà non dà alcuna
informazione su quanto accade in Kosova, se si eccettuano le
uccisioni di serbi e l'"UCK che controlla tutto", e
questo nonostante sia l'unica testata a pubblicare quotidianamente
almeno un articolo in merito. Niente sulle spaccature politiche
tra gli albanesi, ma nemmeno su cosa si muove politicamente all'interno
alla minoranza serba in Kosova, alla quale tanto si mostra interessato.
Niente sull'economia, se non il fatto che "non arrivano
i soldi ONU", ecc. ecc. Anche su quanto accade in Serbia
o negli altri paesi confinanti con il Kosova, il silenzio è
assoluto, al di là dei testi su nebulosi complotti o sulle
mafie albanesi. Tutto quello che viene offerto ai lettori del
Manifesto è un quadro paranoico e martellante di "albanesi-UCK-narcotrafficanti
invasati che trucidano serbi dalla mattina alla sera" e
nulla più, il tutto in un contesto "protetto"
da ogni notizia in contrasto con tale artificioso quadro, mediante
una rigorosa censura.
"Duri" e "morbidi"
a confronto
Come dimostra la vicenda del Manifesto
la divisione tra corrente "ingraiana" e "togliattiana"
non è poi così netta. A noi ci pare utile tenerle
distinte perché non è indifferente per la militanza
anticapitalista il tenore delle prese di posizione pubbliche
del partito, che sono di impostazione "ingraiana".
Possiamo dire in effetti che questa corrente di pensiero si è
riservata i grandi interventi, le risoluzioni ufficiali di partito
e gli editoriali, l'altra le notizie spicciole di tutti i giorni
e la presenza "militante" negli incontri delle piccole
realtà (circoli, feste, ecc.).
Nella produzione delle varie riviste o organizzazioni spesso
queste due ottiche si confondono o si sorreggono a vicenda. Ma
alla lunga è la visione meno critica nei confronti di
Milosevic che ha formato la coscienza della gran parte della
gente di sinistra, che sul tema salta volentieri le interminabili
tesi di partito e si sofferma sulle cronache che sfiorano il
razzismo antialbanese di Liberazione e del Manifesto. Tra queste
due impostazioni vi è uno scontro sotterraneo (11) di
cui ben pochi si rendono conto anche perché in realtà
molti sono i punti di contatto a cominciare dalla negazione del
diritto all'autodeterminazione dei kosovari. (12)
E' sorprendente come nessuna delle due correnti abbia tratto
un qualche insegnamento dagli errori di previsione riguardo alla
guerra. Per esempio sostenevano che il coronamento dell'operazione
NATO sarebbe stata l'indipendenza del Kosova.; oggi appare chiaro
che è proprio la NATO a garantire la permanenza del Kosova
nel quadro formale della Federazione Jugoslava. Allo stesso modo
rinunciano a riflettere sulle ragioni che hanno portato gli USA
ad esercitare potenti pressioni sul Montenegro perché
non passasse alle vie di fatto verso l'indipendenza, e come ciò
si concili con la convinzione che l'imperialismo miri alla disgregazione
della Jugoslavia. Nessuna riflessione sul fatto che una attenta
analisi dei famosi corridoi mostra in maniera inequivocabile
che nessun corridoio passa per il Kosova e che non ci risulta
esistere alcuna irrinunciabile corrente commerciale che si è
messa in moto da quelle parti. Quanto alla guerra come "nuovo
paradigma" noi francamente non riusciamo a scorgere alcuna
novità di sostanza nella normale politica compiuta da
qualsiasi imperialismo in qualsiasi tempo.
Possiamo dedurre il crescente successo
dell'ala più acritica nei confronti del regime di Milosevic
da una serie di segnali.
Il primo è il parziale successo di iniziative quali il
Tribunale Ramsey Clark che è riuscito ad attrarre anche
pezzetti dell'universo pacifista. La campagna di per sé
sarebbe anche utile (indagare sui crimini di guerra della NATO)
se non fosse minata alla radice dal silenzio nei confronti del
regime di Milosevic (Ramsey Clark del resto è stato avvocato
del macellaio serbo bosniaco Karadzic) e dalla complicità
con la repressione antialbanese (il tribunale si preoccupa di
indagare soll sulle "speculazioni riguardo ai profughi").
(13)
Un altro indicatore è costituito dal successo che ha Fulvio
Grimaldi, un oscuro personaggio in tutta evidenza profondamente
ignaro della realtà e della storia dei Balcani, intento
a sfoggiare una rara e compiaciuta rozzezza intellettuale dove
mescola aneddoti a bugie, dati falsi a volgarità in una
pappa profondamente antialbanese al limite del razzismo ed una
sfacciata simpatia per Milosevic. Qualche perla tratta dallo
speciale di Liberazione: "Ascoltavo sabato mattina una sbrodolata
di Radio Rai sui profughi kosovari finiti, nel turbine dell'"ingerenza
umanitaria" a New York. Era la solita tiritera lacrimosa
e accorata con cui ci avevano picconato i santissimi per 78 giorni".
Nello stesso pezzo inveisce contro la stampa per aver "pianto"
su Radio B-92 "chiusa perché strumento CIA foraggiato
dal superspeculatore George Soros", E ancora: "dovunque
le armate del capitalismo imperiale siano passate sono germogliati
narcostati" tra i quali il Libano che insieme ad altri "fornisce
il 75% di eroina che l'UCK distribuisce in Occidente" "secondo
l'Europol". Eppure il personaggio mantiene una rubrica fissa
su Liberazione ed è la "personalità"
più richiesta dai circoli del PRC, ma anche dai centri
sociali. (14)
Un altro dato è la crescente popolarità di Limes
(una rivista nata apertamente per rilanciare l'imperialismo italiano
nel mondo) i cui editorialisti scrivono ormai normalmente sul
Manifesto (tra i quali "Adriaticus", un nome che è
una garanzia).
Ma l'indicatore più inquietante è ciò che
è accaduto nel movimento sindacale.
Il movimento sindacale
Il movimento sindacale di orientamento
radicale può essere suddiviso in due aree: quello della
sinistra CGIL e quello del "sindacalismo di base".
La prima comprende: la sinistra della maggioranza uscita dall'ultimo
congresso (dove troviamo tra gli altri la sinistra DS, il segretario
della FIOM torinese Cremaschi, la FIOM di Brescia, ecc.), l'Area
Programmatica dei Comunisti e quindi il pezzo più importante:
Alternativa Sindacale. Vi è poi una struttura di movimento
molto vicina ad Alternativa Sindacale: il Coordinamento dei delegati
RSU. Si tratta di un'area piuttosto consistente che comprende
migliaia di quadri sindacali. Vi è poi il "sindacalismo
di base", dizione con cui si intende solitamente l'insieme
di quei piccoli sindacati prevalentemente formatisi nel corso
degli anni '90. Tra questi: la CUB, Confederazione Unitaria di
Base (al cui interno il pezzo più consistente sono le
RdB, Rappresentanze di Base, del pubblico impiego), lo SLAI-Cobas,
Sindacato Lavoratori Autorganizzati Intercategoriale, con una
certa presenza nelle fabbriche FIAT e nei trasporti, la CNC,
Confederazione Nazionale Cobas, il cui settore più forte
è nella scuola, ed altre minori come il Sin Cobas e l'USI
anarchica.
Le due aree non si occupano in maniera
continuativa di questioni internazionali a parte quei sindacati
che mantengono un legame forte con una formazione politica definita
dal punto di vista programmatico. E' il caso delle RdB, vicine
al gruppo che edita la rivista Contropiano e che viene dalla
corrente filosovietica legata a Nino Pasti, e che ha assunto
posizioni sostanzialmente filomilosevic. E' anche il caso del
piccolo Sin Cobas che durante la guerra ha assunto, al contrario,
qualche iniziativa in coerenza con la posizione di Bandiera Rossa,
che vedremo successivamente. Il posizionamento degli altri settori
però, ben superiori quanto a consistenza a quelli di cui
sopra, non era affatto scontato, molti di questi sono animati
da gruppi dalla tradizione antistalinista o addirittura libertaria:
basti pensare al Cobas scuola o al gruppo di operai dell'Alfa
che dirigono lo SLAI, all'USI, oppure al gruppo di Alternativa
Sindacale, in larghissima parte proveniente da Democrazia Proletaria.
Eppure, lentamente, questi settori hanno via via assunto posizioni
sempre più in linea con quelle peggiori espresse dalla
sinistra anticapitalista.
Siamo stati personalmente testimoni delle
primissime riunioni della sinistra sindacale CGIL quando il suo
esponente principale, Gianpaolo Patta, difendeva il diritto all'autodeterminazione
dei kosovari, insieme ad un deciso no alla guerra. Eppure questa
posizione è stata via via sommersa da quella che metteva
decisamente in ombra la critica al regime di Milosevic, sino
ad assumere posture apertamente antialbanesi.
All'assemblea nazionale contro la guerra indetta dal Coordinamento
RSU a Milano il 22 aprile '99 e che aveva visto la partecipazione
di centinaia di lavoratori i toni erano già differenti,
anche se non ancora disastrosi. Così nella relazione e
nel documento conclusivo oltre ad argomentare il sacrosanto no
alla guerra si affermava che "alla egemonia perseguita da
Milosevic con la pulizia etnica si appaia, senza alcuna giustificazione,
la voglia di egemonia perseguita dalla Nato con le bombe."
Il nazionalismo serbo comunque veniva messo sullo stesso piano
di quello dei kosovari. L'assemblea si concludeva affermando
che "senza nulla concedere al nazionalismo del Governo Serbo
e stigmatizzando le sue gravissime azioni di pulizia etnica,
condanniamo l'aggressione alla Jugoslavia con la quale la NATO
in primo luogo, ha deciso di rendere inconsistente ogni possibilità
di comporre pacificamente i conflitti internazionali in sede
ONU, in secondo luogo vorrebbe far dipendere dallo scontro militare
la regolazione di tali conflitti." e chiedeva a CGIL-CISL
e UIL di proclamare lo sciopero generale.
Questi toni, pur coi loro limiti, sarebbero stati presto abbandonati,
a favore di una visione unilaterale dello scontro in atto, nei
materiali che convocavano per il 21 maggio 1999 la Giornata di
lotta e di mobilitazione nazionale promossa dalle Rappresentanze
Sindacali Unitarie (RSU) e la cui parola d'ordine era "Fermare
i bombardamenti - fermare la guerra" e dove già non
si accennava più né a Milosevic né ai diritti
degli albanesi.
Questo corso si approfondiva a giugno quando il Coordinamento
RSU, con l'adesione di Alternativa Sindacale, invitava in Italia
i delegati sindacali della Zastava per un giro di iniziative
contro la guerra lanciando una proposta per una raccolta di fondi
a sostegno dei lavoratori della fabbrica colpita dai bombardamenti
e delle loro famiglie. Questa iniziativa, pur presentandosi come
tesa alla solidarietà tra lavoratori "al di là
delle differenze etniche, religiose, ecc.", non si accompagnava
ad una analoga solidarietà nei confronti dei lavoratori
kosovari, che, pure, avevano perso tutto, né ad alcuna
critica nei confronti del regime di Milosevic, al quale del resto
il sindacato della Zastava è legato a filo doppio. A luglio
il Coordinamento RSU riusciva a coinvolgere la CGIL intera in
una visita a Kragujevac e infine a ottobre la CGIL Lombardia
si faceva direttamente promotrice della raccolta di fondi per
il "Progetto Zastava" "per sostenere i bisogni
di questi lavoratori con la rimessa in funzione del loro presidio
sanitario danneggiato sia nelle strutture che nelle attrezzature
mediche dai bombardamenti del 9, del 12 e 14 aprile scorso".
L'appello della CGIL Lombarda con cui chiedeva soldi e materiale
non accenna comunque minimamente alla guerra (la parola non è
mai nominata) ed attacca indistintamente "la barbarie nazionalista".
Data la sua genericità è un'iniziativa puramente
assistenzialista.
Per quanto riguarda l'area del "sindacalismo
di base" in un comunicato stampa del 31/3/99 dove lo SLAI
Cobas dell'Alfa di Arese dava l'annuncio del primo sciopero contro
la guerra, si diceva tra l'altro che "i bombardamenti della
NATO, lungi dall'evitare la tragedia dei profughi, hanno provocato
migliaia di morti nelle città serbe e nel Kosovo e ingigantito
l'esodo, con centinaia di migliaia di profughi." Dai successivi
materiali sparirà persino ogni riferimento all'esistenza
degli albanesi.
Ad aprile lo SLAI Cobas lanciava la sottoscrizione nazionale
a favore degli operai della Zastava e il 27 dello stesso mese
un'assemblea con molte sigle presenti (tra queste Che Fare? Proposta,
CUB, RdB, alcuni circoli del PRC, Rete dei Comunisti, ecc. e
varie personalità come Molinari) aderiva. Queste realtà
si ritroveranno insieme nello sciopero generale del 13 maggio
indetto da CUB, Slai-Cobas, Sindacato di Base, Sin-cobas, CNC,
USI, sciopero che sortirà un certo successo (per gli standard
di queste organizzazioni: 100.000 persone secondo quanto da loro
dichiarato), ma che non annoverava nelle sue parole d'ordine
nemmeno un cenno contro Milosevic. Nello stesso mese si costituiva
il "Comitato nazionale a sostegno del popolo jugoslavo"
composto da SLAI Cobas, CUB ed altri che promuoveva poi vari
viaggi (a giugno, luglio, ottobre) a Kraguievac, portando i frutti
della raccolta. Lo stesso comitato ha promosso "tour"
di sindacalisti della Zastava (l'ultimo a febbraio).
In complesso la solidarietà sindacale
(indipendentemente dalla sigla di appartenenza) ha sortito un
certo successo sui posti di lavoro. Ha potuto contare su una
spontanea buona disposizione delle fabbriche alla solidarietà
concreta, la stessa che aveva permesso un analogo successo alla
raccolta di fondi a favore dei profughi albanesi. Le iniziative
della sinistra CGIL e del "sindacalismo di base" contro
la guerra sono state coraggiose e importanti, ma nulla vietava
che ad un secco no alla guerra si accompagnasse il no a Milosevic
ed una pari solidarietà nei confronti dei lavoratori albanesi.
Le ragioni per cui ciò non è accaduto verranno
indagate più sotto.
I centri sociali
I centri sociali non hanno una tradizione
di intervento internazionalista consolidato. Per caratteristiche
intrinseche si muovono per campagne con una generale sensibilità
verso lo zapatismo e, in passato, verso la lotta dei baschi e
degli irlandesi. Anche in questo caso, dunque, non vi era nulla
di scontato nel loro posizionamento. Eppure anche i centri sociali
dopo un iniziale sbandamento, sono per lo più slittati
verso un no alla guerra non accompagnato da un parallelo no a
Milosevic, sostanzialmente subalterni alla impostazione del PRC.
Registriamo comunque l'eccezione dei centri sociali del Nord
Est che hanno assunto, seppur timidamente, una posizione ostile
verso il settore di movimento più scopertamente promilosevic
sostenendo spesso scontri anche piuttosto duri. Dopo la guerra
i centri sociali sono però tornati al silenzio e non ci
sono più state iniziative e prese di posizione significative.
Le organizzazioni rivoluzionarie
Intendiamo con questo termine le piccole
correnti che all'interno della sinistra anticapitalista sostengono
posizioni teoriche che si collocano alla sinistra della maggioranza
del PRC. Teniamo conto che sommando l'insieme dei loro militanti
non superiamo le 2.000 unità. Alcune di questi gruppi
si trovano all'interno del PRC, altri sono indipendenti. Quelle
che partecipano alla costruzione del PRC si dichiarano tutte
trotskiste: Bandiera Rossa, Proposta, Falce e Martello. Altre
organizzazioni trotskiste sono esterne al PRC: Socialismo Rivoluzionario
è quella più consistente. Il trotskismo si trovava
teoricamente in una buona posizione per criticare a un tempo
l'aggressione imperialista e l'aggressione serba nei confronti
degli albanesi, ed in effetti, in quasi tutto il mondo, le organizzazioni
trotskiste, a qualsiasi corrente esse appartenessero, si erano
espresse in questo senso. E ciò perché il trotskismo
basandosi teoricamente sul Lenin "libertario" (e ignorando
per lo più quello "autoritario" successivo alla
conquista del potere) sono ben attrezzate al sostegno del diritto
dei popoli all'autodeterminazione, diritto che Lenin difese implacabilmente
prima della rivoluzione anche se successivamente si dimenticò,
diciamo così, sistematicamente di applicarlo. Eppure in
Italia questa corrente, nelle sue diverse sfumature, non ha saputo
incidere sulle caratteristiche del movimento antiguerra, vediamo
brevemente perché.
Bandiera Rossa ha sostenuto nella sua rivista un chiaro no alla
guerra insieme ad un altrettanto chiaro no al regime di Milosevic.
Ha ospitato sulla propria rivista interventi di redattori di
Balkan e (unica insieme ad SR) del Comitato di Solidarietà
con il Kosova. Questa posizione è stata fatta propria
dagli organismi in qualche modo influenzati dalla corrente, oltre
al Sin Cobas anche vari collettivi studenteschi, tra i quali
quelli di Bologna e di Roma. Eppure questa linea non è
divenuta elemento di battaglia politica all'interno del movimento
e soprattutto del PRC. L'impressione che abbiamo è che
ciò che ha frenato questi compagni siano state considerazioni
di opportunità politica: Bandiera Rossa sostiene la maggioranza
bertinottiana e non aveva né ha al momento intenzione
di rompere su questo terreno. La sua voce dunque è stata
tenuta volontariamente su toni che non urtassero troppe sensibilità.
Proposta è il raggruppamento egemone nell'area della minoranza
di sinistra del PRC. L'inizio della guerra ha colto il suo gruppo
dirigente (che ha una formazione trotskista che che si autodefinisce
"principista") impreparato a prendere da subito una
posizione. Il vuoto è stato colmato con interventi via
internet dei suoi militanti che sono stati invece reclutati sulla
base delle battaglie interne al PRC su argomenti "italiani"
(no agli accordi con il centrosinistra, ecc.) e che mantengono
una formazione politica spesso di origine stalinista, dunque
in sintonia con la corrente più filomilosevic del movimento.
La posizione assunta alla fine è stata data dalla risultante
di queste due spinte: largo spazio alla vulgata antiUCK, insieme
ad una rassegna dei "principi" leninisti a favore dell'autodeterminazione,
ma che, ahimé, da Proposta non venivano applicati al caso
dei kosovari. Il risultato è stato l'adeguamento sostanziale
di questo gruppo alla linea del PRC.
Falce e Martello è un piccolo gruppo che, forse per la
giovane età dei suoi componenti, non è in grado
di esprimere valutazioni autonome dalla corrente internazionale
cui è legato (Militant) e che essendo profondamente "inglese"
ha in seria antipatia le rivendicazioni di irlandesi e scozzesi.
Così FeM insieme al no all'intervento imperialista, ha
negato nei fatti il diritto all'autodeterminazione dei kosovari
agitando (come Proposta) la parola d'ordine, oggi a noi pare
assolutamente vuota, della "Federazione socialista dei Balcani".
Registriamo comunque a favore di questi tre raggruppamenti trotskisti
il fatto che almeno due concezioni li differenziano dalla maggioranza
del PRC: la denuncia dell'imperialismo italiano ed europeo (e
dunque il rifiuto di considerarli "servi" degli USA,
ma responsabili al pari di questi) ed anche la denuncia del regime
di Milosevic e l'appello alle masse serbe perché si ribellino.
Per quanto riguarda il trotskismo fuori dal PRC, annoveriamo
la posizione di Socialismo Rivoluzionario. Insieme ad una dura
presa di posizione contro la guerra imperialista, si è
trattato dell'unico gruppo politico che ha preso chiaramente
posizione a favore del diritto all'autodeterminazione dei kosovari.
Putroppo questa impostazione non ha potuto sortire effetti significativi
nel popolo di sinistra poiché questa organizzazione, come
in altre occasioni, ha preferito essere esterna ai movimenti
e dunque non si è dialettizzata con la massa di coloro
che si muovevano contro la guerra.
Fuori dal PRC tutti i residui delle organizzazioni m-l hanno
assunto una posizione decisamente filomilosevic e di rivalutazione
della ex-Jugoslavia (anche quelli dalla tradizione accesamente
antitoista) e lo stesso hanno fatto i frammenti del bordighismo
(Che Fare?) con la parziale eccezione di Lotta Comunista che
invece non ha cessato di attaccare il regime di Milosevic, pur
non difendendo i diritti nazionali degli albanesi.
Perché?
Vorremmo qui tentare una risposta alla
seguente domanda: perché la sinistra anticapitalista italiana
non ha accompagnato, salvo qualche rara eccezione, al suo deciso
no alla guerra imperialista un altrettanto deciso no al regime
di Milosevic? Perché non ha mai difeso né prima
né dopo la guerra i diritti nazionali dei kosovari? Perché,
a un anno di distanza si rifiuta di prendere atto dei propri
errori?
Dobbiamo anzitutto sgombrare il terreno da possibili facili risposte.
La prima: "si tratta di un atteggiamento
confinato ai gruppi dirigenti, mentre alla base c'era una maggiore
sensibilità". Purtroppo siamo costretti a smentire
questa tesi consolatoria, non solo per la nostra larga frequentazione
del popolo di sinistra, ma anche sulla base del semplice spoglio
delle lettere che arrivano alle redazioni del Manifesto e di
Liberazione o delle liste di discussione su Internet. A un anno
di distanza una certa visione filomilosevic ed antialbanese è
penetrata in profondità nella base della sinistra. Non
solo. Ciò che è più grave è che il
già precario status riservato alla difesa del diritto
all'autodeterminazione nella coscienza dei militanti di sinistra,
ha subito una grave retrocessione. Le vicende balcaniche, mentre
in altri Paesi hanno segnato la ripresa del dibattito storico
del marxismo sulla questione nazionale, in Italia hanno visto
un pesante arretramento su questo stesso terreno nella coscienza
del militante medio. Molti compagni oggi mettono in discussione
la stessa giustezza del diritto all'autodeterminazione (almeno
prima si limitavano ad applicarlo selettivamente). Alcuni arrivano
a salutare con soddisfazione i cedimenti del PKK al subimperialismo
turco, portandolo ad esempio di una forza che "saggiamente"
rinuncia al diritto all'autodeterminazione. Allo stesso modo
si vede con soddisfazione il pessimo "accordo di pace"
destinato ad allungare il dominio imperialista inglese sull'Irlanda
del Nord, e persino i continui tradimenti alla causa palestinese
perpetuati dalla direzione di Arafat.
La seconda: "la stessa dinamica
è occorsa anche negli altri Paesi". E' vero l'opposto.
L'Italia è il Paese che più d'ogni altro (forse
con la sola compagnia della Grecia) ha conosciuto un movimento
antiguerra che non sapeva mettere tra le proprie parole d'ordine,
insieme al no alla NATO, anche un secco no a Milosevic. E' molto
significativo che quando il PRC ha cercato un sostegno da altre
formazioni europee (non precisamente di formazione libertaria)
ha dovuto sottoscrivere una dichiarazione che mai, in Italia,
aveva formulato. (15)
Del resto raccogliamo oggi i frutti avvelenati
di una guerra di Bosnia che ha visto impegnati sul fronte della
solidarietà e dell'analisi pacifisti e cattolici, ma non
la militanza di sinistra, salvo rare e a volte eroiche eccezioni.
Una rete come quella di Workers Aid è nata e si è
sviluppata nell'Europa del Nord, ma non in Italia che pure era
il Paese geograficamente (e non solo) più vicino al terreno
del conflitto. Qui di sotto registreremo dunque le ragioni che
hanno portato ad un certo posizionamento acritico verso Milosevic,
ma non le ragioni (non è questo il luogo) per cercare
di capire come mai la militanza di sinistra in Italia ha tante
difficoltà a "spendersi" sul campo, ad agire.
Oggi l'Italia pullula di militanti che pensano di sapere ogni
cosa sull'UCK, eppure quelli che si sono effettivamente recati
sul posto non diciamo per intervenire (come settori cattolici
e pacifisti) ma semplicemente per conoscere, li contiamo sulle
dita della mano.
Quindi dobbiamo spiegare l'"eccezione
italiana" in altri termini.
L'ipotesi che noi formuliamo si basa su due punti:
1) l'influenza dello stalinismo in Italia
2) l'influenza dell'imperialismo italiano
L'influenza dello stalinismo
In Italia è stato più forte
che altrove. In Francia abbiamo avuto sempre una tradizione socialista
da un lato e trotskista dall'altro, piuttosto radicate; nel Regno
Unito il PC è stato storicamente fragile; in Germania
la realtà del socialismo realmente esistente era un po'
troppo vicina per permettere al riguardo qualche illusione; la
tradizione della Spagna è stata anche quella del POUM
e dell'anarchismo; e così via. Solo in Italia lo stalinismo
ha conosciuto un radicamento ideologico di massa grazie ad un
PCI, che, pur portando avanti in gran parte della sua esistenza
una politica di tipo socialdemocratico, ha continuato a formare
la sua militanza ad un filosovietismo che solo alla fine degli
anni settanta ha cominciato a stemperarsi e con una gran numero
di ambiguità. Per molti militanti la radicalità
e la protesta nei confronti della deriva a destra del PCI ha
assunto la "veste" del filosovietismo, e così
la prima mozione di minoranza del PCI (quella di Cossutta) aveva
quelle caratteristiche. Grazie cioè allo sdoppiamento
che ha vissuto la militanza (moderatismo patrio controbilanciato
dal sostegno all'Unione Sovietica, che diveniva così la
"forma" presa dall'anima anticapitalista dei militanti)
l'automatismo degli attivisti era quello di trovare un consolatorio
rifugio in una ingenua difesa, al di là di ogni ragionevole
considerazione, del totalitarismo staliniano. Il filosovietismo
del PCI è stato il grimaldello teorico che ha permesso
ai dirigenti del PCI di praticare nei fatti una politica socialdemocratica
mantenendo comunque una patina di radicalità rivoluzionaria
agli occhi della propria base, rallentando in questo modo i processi
di differenziazione interna al partito.
Ciò ha prodotto un militante tipo
che, insieme a vari pregi, tra i quali una forte disponibilità
alla lotta e alla mobilitazione, possedeva anche alcuni, determinanti,
limiti:
a) una scarsa conoscenza ed un ancor
più scarso interesse verso le questioni internazionali.
Dato che tutto veniva mediato dall'URSS o comunque da qualche
stato guida (lo stesso difetto venne infatti ereditato anche
dai maoisti degli anni sessanta e settanta, Manifesto dell'epoca
compreso), c'era la più totale disabitudine a discutere
sulla base di più fonti: tutto veniva mediato dalle notizie
e dalle valutazioni delle burocrazie dello stato guida di turno.
Dato che anche i rapporti internazionali erano mediati dalle
burocrazie, anche l'internazionalismo non era vissuto in maniera
viva e vivace sulla base degli scambi tra militanti. A ciò
si unisce una peculiarità tutta italiana fatta di disinteresse
verso le questioni internazionali, ravvisabile dallo scarso peso
che hanno le vicende estere sui giornali, ecc.
b) La mentalità campista, per
cui il militante ha bisogno per continuare a lottare di credere
che esista un Paese dove le sue idee sono finalmente realizzate,
e la conseguente abitudine a non considerare in maniera critica
o dubitativa il proprio "campo". Oggi, orfani dell'URSS,
della Cina, dell'Albania, la corrente più filomilosevic
ha buon gioco, facendo leva sugli automatismi e sulle tradizioni
culturali della nostra sinistra, ad introdurre un sempre più
accentuato filoslavismo. Certo non si arriva a dire che la Jugoslavia
è la patria del socialismo, ma vi si giunge vicinissimi
ed in più si prende a difesa l'intera etnia slava, e più
precisamente quei popoli che tra gli slavi hanno assunto spesso
il ruolo di nazionalità dominante (russi e serbi), anche
nei confronti di altri popoli slavi. Questo atteggiamento è
frutto dell'impotenza politica: si sogna la "durezza"
e si vive una radicalità mitica, virtuale e lontana che
non si può o non si vuole praticare in patria.
c) Il rifiuto del diritto dei popoli
all'autodeterminazione. E' questa una caratteristica che però
non riguarda solo lo stalinismo, ma anche la socialdemocrazia
(ed anche il pacifismo, ecc.). Diciamo che più in generale
è un problema del movimento operaio che ha sempre fatto
molta fatica, diciamo così, a cercare e mantenere delle
alleanze sociali su un piano diverso da quello di classe: non
solo con le nazionalità dominate, ma anche con le donne,
ecc. Il riflesso di questa difficoltà lo troviamo anche
a livello teorico: quella delle nazionalità è una
problematica che il marxismo deve ancora affrontare compiutamente.
Le pressioni dell'imperialismo italiano
L'imperialismo italiano più di
ogni altro è impegnato storicamente in una politica neocoloniale
nei confronti degli albanesi. Ogni politica neocoloniale deve
giustificare il proprio interventismo con il razzismo, che oggi
in Italia è evidentissimo nei confronti degli albanesi
(quando la maggior parte di loro svolge mansioni di operaio,
gran parte della popolazione è convinta che siano dediti
ad attività criminali) e a volte è ammantato da
paternalismo ("dobbiamo stare là perché loro
da soli non sanno cavarsela"). In realtà la nostra
industria è presente in forze in Albania con una politica
di sfruttamento di stampo ottocentesco della manodopera locale
che nessuna forza anticapitalista denuncia con forza.
A questo atteggiamento verso gli albanesi la politica estera
italiana ha unito una politica di vicinanza e comprensione nei
confronti della Serbia, all'interno della quale ha investito
economicamente più di qualsiasi imperialismo. Durante
la guerra era abbastanza evidente l'atteggiamento dell'Italia
(distinto rispetto agli altri Paesi europei) che, pur rendendosi
complice delle stragi degli aerei NATO, cercava di mantenere
aperto un canale con il regime serbo. Non è un caso che
l'ambasciata italiana sia stata l'unica tra i Paesi aggressori
a non chiudere per tutta la durata della guerra. Questa linea
è la linea della borghesia italiana, che ovviamente non
poteva distanziarsi dalla NATO ma che cercava un modus vivendi
con la Serbia, anche a spese degli albanesi kosovari. Gli inserti,
in occasione dell'anniversario della guerra, del Corriere della
Sera e della Stampa non differivano in molto da questo punto
di vista da quelli del Manifesto e di Liberazione.
Vi è stata dunque una vicinanza oggettiva tra movimento
anticapitalista e borghesia imperialista italiana e che si è
sostanziata nella copertura data al Ministro degli Esteri Dini,
uomo di fiducia della classe dominante italiana nei confronti
dei quali Liberazione e Manifesto hanno sollevato per lungo tempo
debolissime obiezioni.
Un altro segno è il già citato credito di cui gode
la rivista Limes, una rivista di destra, smodatamente filoserba,
nata per difendere e spingere, con il linguaggio apparentemente
neutro della geopolitica, le ragioni di potenza dell'Italia.
Naturalmente qualcuno potrebbe parlare di atteggiamento "tattico"
per evitare la guerra imperialista. E' un riflesso, anch'esso
tipico della sinistra italiana (e non solo), causato dalla mancanza
di fiducia nelle proprie forze, per cui si lavora alla "divisione
dell'avversario" intendendo con ciò l'alleanza con
un avversario considerato "meno peggio". E l'imperialismo
italiano sarebbe "meno peggio" di quello USA.
C'è poi dell'altro. L'imperialismo italiano ha anche delle
proprie espressioni politiche: si tratta dell'arco di partiti
collocati al centro dello schieramento politico in un polo e
nell'altro. Ebbene con una parte di questi la sinistra socialdemocratica
è alleata "strategica" nella formula del centrosinistra.
Il PRC è legato profondamente a questa alleanza pur non
integrandola, e il Manifesto condivide questa tattica. Criticare
a fondo l'imperialismo italiano, le sue mire, i suoi interessi
e le sue strategie, significhebbe per il PRC precludersi potenziali
accordi con queste forze, vorrebbe dire imporre condizioni inaccettabili
ai suoi possibili alleati. Per questo credere alla bontà
dell'imperialismo italiano significa anche non porre come pregiudiziale
ad un'alleanza elettorale parole d'ordine dirette contro l'imperialismo
italiano, come ad esempio l'estensione dei contratti ai lavoratori
di Paesi stranieri, il ritiro delle truppe italiane dai Balcani,
ecc.
La sinistra anticapitalista italiana,
adottando le posizioni che abbiamo descritto, ha così
perso grosse occasioni. L'occasione di stabilire rapporti fraterni
con la minoranza albanese in Italia (la seconda per numero di
immigrati) e che invece oggi vede nella sinistra la principale
avversaria del conseguimento delle proprie legittime aspirazioni
nazionali. L'occasione di ampliare il fronte di coloro che si
opponevano alla guerra, perché un atteggiamento che chiudeva
gli occhi di fronte ai massacri di Milosevic non ha attratto
la maggioranza dei lavoratori e dei giovani, facendo sì
che le manifestazioni di protesta fossero di gran lunga meno
partecipate di quelle della guerra del Golfo, e che i partiti
percepiti come filoserbi fossero duramente puniti dall'elettorato.
L'occasione di dibattere a mente aperta, senza pregiudizi, sul
diritto dei popoli all'autodeterminazione. Non mettiamo in discussione
la buona fede di tanti militanti di base che hanno dirottato
la propria rabbia e il proprio senso di impotenza sull'UCK, l'imperfetto
strumento che le masse kosovare hanno utilizzato per difendere
i propri diritti. Diciamo semplicemente che il primo "automatismo"
di un militante della sinistra dovrebbe essere riconoscere, al
di là dei propri preconcetti, dove sta l'oppresso e dove
sta l'oppressore. E nei confronti degli albanesi del Kosova,
come in tanti altri casi, ciò non è accaduto.
NOTE
(1) Dichiarazione di Mantovani del 10
giugno: "Tra le macerie di questa guerra vi è un'Europa
sconfitta sul piano politico, mentre G8 e Nato si sono autoproclamati
rispettivamente governo e gendarme del mondo. Il governo italiano,
oltre che totalmente responsabile di questa guerra sbagliata,
si è lasciato trattare da servo come le vicende del Cermis
e delle bombe in Adriatico dimostrano".
(2) Dichiarazione del PRC durante la
guerra ("La guerra prosegue e si intensifica"): "E'
ormai chiaro che la guerra NATO nulla ha a che vedere con il
dramma della popolazione albanese del Kosovo. Al contrario, i
bombardamenti, il ritiro degli osservatori internazionali dell'OSCE
e la più che prevedibile repressione etnica, hanno inflitto
agli albanesi del Kosovo maggiori sofferenze. Si arriva allo
sfruttamento del dramma dei profughi per giustificare l'ulteriore
escalation della guerra".
(3) Brano tratto da un manifesto diffuso
dal PRC durante la guerra: "La soluzione esiste: cessare
i bombardamenti ed avviare una trattativa politica che garantisca,
anche con un contingente militare dell'ONU, la sicurezza degli
albanesi e il rispetto dell'integrità territoriale della
Serbia".
(4) Brano tratto dalle conclusioni di
Fausto Bertinotti al 4° Congresso del PRC il 21 marzo 1999:
"Mai come oggi appare così chiara la grande capacità
e lo straordinario merito che ebbe Tito nel riuscire a tenere
assieme, in condizioni di isolamento internazionale su entrambi
i fronti, popoli così diversi".
(5) Manifesto del PRC "L'Italia
del lavoro ripudia la guerra!" diffuso a un mese dall'inizio
della guerra: "La guerra nei Balcani ha origine dalla volontà
degli Usa di allineare tutti i governi della Nato alla loro strategia
di instabilità e di controllo dell'area del Mediterraneo,
imponendo anche all'Europa il modello sociale americano distruggendo
nella globalizzazione modelli di democrazia partecipativa e di
stato sociale".
(6) Altri esempi. Il padre spirituale
di questa tradizione: Pietro Ingrao sul Manifesto del 24 marzo
2000:
"Questo ritorno alla 'guerra santa' o - per usare un termine
più preciso adoperato da Isidoro Mortellaro - questa messa
in campo della 'guerra costituente' [citatissimo autore di "I
signori della NATO" ndr] ha uno stretto nesso con una 'correzione'
sostanziosa rispetto alle terribili guerre del secolo con il
balzo sconvolgente e incanzante dei saperi che la 'tecnica' compie
nel corso del Novecento".
Una serie di interventi sullo speciale di Liberazione in occasione
dell'anniversario dello scoppio della guerra del 19/03/2000 va
nella stessa direzione. Tra questi quello di Raniero La Valle:
"La guerra ha partorito una istituzione inedita, una nuova
creatura, un nuovo potere supremo (sovrano), assoluto (sciolto
dalle leggi) e universale (senza confini riconosciuti). Il compito
di questo nuovo soggetto, di questo Super-Stato che esprime poi
la proiezione di potenza degli Stati Uniti, dovrebbe essere quello
di tenere l'ordine del mondo, che il vecchio ordinamento, basato
sul diritto internazionale [sic!] e sull'ONU, era accusato di
non garantire".
E quello di Alfio Nicotra:
"La guerra in Europa aveva un senso ben più profondo:
aprire una fase costituente in cui il diritto internazionale
nato dalla vittoria sul nazifascismo venisse rapidamente sostituito
da quello del più forte, legittimando luoghi decisionali
abusivi come il G7 o la NATO medesima".
(7) Significativo a mo' di esempio l'articolo
pubblicato da Domenico Losurdo sul Calendario del Popolo dell'aprile
'99 dove per relativizzare la pulizia etnica di Milosevic ricorda
come Roosvelt deportò americani di origine giapponese
durante la seconda guerra mondiale e di come i serbi "pur
rappresentando il 36% della popolazione jugoslava erano costretti
(sic!) a dividere equamente il potere con le altre cinque repubbliche
e le due province".
(8) La rivista Contropiano, assai influente
nella sinistra anticapitalista della capitale, affermava nel
numero di febbraio di questo anno che "il 'genocidio' dei
serbi contro gli albanesi del Kossovo è stato creato artatamente
e con l'unico scopo di alzare la soglia dell'orrore per giustificare
il terrore (quello vero) scatenato con i bombardamenti contro
la Jugoslavia".
(9) Parte dell'area di sinistra radicale
più vicina al volontariato ed all'associazionismo legge
il settimanale Avvenimenti la cui impostazione traduce molto
bene la confusione presente anche nel campo pacifista: nelle
sue pagine vi hanno trovato posto disinvoltamente pagine di relazione
di un Manisco reduce dal famoso pellegrinaggio di Cossutta a
Belgrado, insieme ad interviste acritiche spacciate per fonti
obiettive a miliziani serbi (aprile '99), dall'ammissione della
pulizia etnica operata da Milosevic ad elogi a Ennio Remondino
definito "un corrispondente scomodo", da una biografia
non malevola su Albin Kurti di Giacomo Scattolini ad una stomachevole
risposta di Fulvio Grimaldi.
(10) Ci serviamo abbondantemente in questo
paragrafo di brani tratti dall'articolo scritto da Andrea Ferrario
per REDS n.19 del febbraio 2000.
(11) Ecco comunque un esempio della tensione
tra le due aree: su Liberazione del 19 marzo 2000 interviene
Ramon Mantovani che risponde a lettere di segno opposto pervenute
alla redazione a proposito della partecipazione di una delegazione
del PRC al congresso del Partito Socialista Serbo:
"Innanzitutto vi è una questione generale. Nella
nostra concezione delle relazioni internazionali la partecipazione
al congresso di un partito non implica per niente un rapporto
di fratellanza o di sintonia politica. [.] Vi è poi una
motivazione più specifica e contingente, relativa alla
necessità politica di conoscere direttamente lo svolgersi
di quel congresso. [] Tutto ciò non risolve, invece, un
altro problema che è relativo al fatto che nel partito
vi sono compagni che non condividono la nostra posizione duramente
critica sul nazionalismo serbo e sull'azione di governo di Milosevic.
Queste posizioni sono rintracciabili sia in articoli e rubriche
di "Liberazione" sia nel fatto che circoli, e a volte
federazioni, organizzano iniziative effettivamente in contrasto
con le posizioni del partito".
E' una traccia di questo conflitto latente, ma si noterà
che all'atto pratico, che è quel che conta, vi è
la convergenza sulla partecipazione al congresso del macellaio
Milosevic, una scelta che il PCF e la PDS, ad esempio, non hanno
compiuto.
(12) Una differenza di approccio è
riemersa in occasione della guerra cecena quando quella che abbiamo
chiamato corrente "ingraiana" s'è espressa contro
l'intervento russo (pur non facendo assolutamente nulla per scoraggiarlo,
né mostrando solidarietà verso la resistenza cecena),
mentre la corrente "togliattiana" ha utilizzato la
stessa strumentazione messa all'opera per demonizzare gli albanesi:
i ceceni sarebbero legati al fondamentalismo islamico, alla mafia
e al narcotraffico, dietro di loro si muovono gli USA che mirano
al petrolio e alla disgregazione della Russia, ecc.
(13) Ramsey Clark in occasione del suo
viaggio a Belgrado dell'ottobre 1999 dove incontrava Milosevic
dichiarava che le repressioni contro gli albanesi erano "normali
operazioni di polizia". Di ritorno, presenziava ad assemblee
pubbliche (Casa delle culture 1/11/99) con, tra gli altri, Di
Francesco, Grimaldi Russo Spena (in teoria di impostazione "ingraiana")
e il fascista antisemita Kalajic. Al Comitato Italiano per la
costituzione Tribunale Internazionale per i crimini di guerra
della NATO aderiscono dai gruppi più beceramente filoserbi
a pezzi di pacifismo (lo SCI, le Donne in Nero, ecc.).
(14) Sul numero di Avvenimenti del 30
aprile 2000 si può leggere una sua lettera dove inveisce
contro le Donne in Nero di Belgrado la cui affidabilità
"è garantita dal fatto che sono lautamente foraggiati
da Georges Soros, punta di lancia dell'imperialismo finanziario
USA e massonico".
(15) Riproduciamo brani del comunicato
stampa del PRC del 21 maggio 1999 intitolato "La sinistra
antagonista europea lancia un appello per la pace", in neretto
la frase di cui non troviamo traccia nei documenti sottoscritti
dal solo PRC:
"I firmatari del documento - Julio Anguita, coordinatore
generale Izquierda Unida, Fausto Bertinotti, Segretario nazionale
del PRC, Lothar Bisky, presidente della PDS, Gregor Gysi,
presidente del Gruppo parlamentare PDS, Robert Hue, segretario
nazionale del PCF - affermano che "questa escalation, lungi
dall'aprire una prospettiva , lascia intatto il dramma dei rifugiati,
estendendo il numero delle vittime innocenti a tutta la Jugoslavia
e contribuisce alla destabilizzazione della regione. Il nostro
obiettivo - continuano - deve essere, non una vittoria militare,
ma una pace giusta e duratura, che ponga fine alle gravi violazioni
dei diritti umani da parte del regime di Belgrado e alla sua
politica di deportazione degli albanesi del Kosovo, e che garantisca,
sotto la responsabilità dell'Onu - concludono - il ritorno
dei kosovari in un Kosovo autonomo e smilitarizzato, nonché
il rispetto dei diritti fondamentali di tutte le comunità
della provincia".