T.F.R.  La riforma delle Pensioni


“Il peccato originale del welfare state – spiega Cantoni – sta nel modo in cui è nato. Poco più di un secolo fa Bismarck ne gettava le basi: pensioni, assistenza sanitaria e sussidi di disoccupazione. Questo serviva a tenere a bada le rivendicazioni socialiste. Il meccanismo era originariamente sostenibile: il cancelliere tedesco fissò l’età pensionabile a 65 anni quando la vita media si aggirava attorno ai 60. Il rapporto andava a vantaggio dell’erario, che incassava più di quanto dovesse distribuire. Oggi l’allungamento della vita media ha messo il sistema in difficoltà. La globalizzazione ha acuito il problema”. La svolta ha una data precisa: il 9 novembre 1989, data del crollo del muro di Berlino. Da quel momento “si apre agli scambi globali una fetta di mondo che era rimasta chiusa al mercato”. Questo innesca pure un movimento delle imprese verso quelle nazioni che riescono a provvedere un ambiente normativo favorevole. Dice l’esponente di Forza Italia: “la Germania è oggi in panne proprio a causa dell’unificazione con quel che rimaneva di uno Stato che fingeva di pagare operai che facevano finta di lavorare. E’ significativo, anche se non tutti l’hanno notato, che Angela Merkel abbia detto che si creereanno nuovi posti di lavoro, ma all’estero”.

La situazione è seria ma non disperata: c’è ancora tempo per introdurre le riforme necessarie a ritrovare la competitività perduta. Quel che serve è un ambizioso piano che affronti i vari snodi per sciogliere quello cruciale: la riduzione del costo del lavoro. Per il senatore “l’Europa rischia di diventare un museo di archeologia economica a causa degli attacchi cinesi, indiani e delle altre nazioni emergenti. Bisogna agire sui contributi sociali che fanno lievitare i costi per le imprese senza alcun vantaggio per il lavoratore. Inoltre gli americani lavorano il 37% più degli europei e il 50% in più degli italiani, che per giunta vanno in pensione troppo presto. In breve, in Europa i lavoratori costano troppo mentre il mercato è ingessato. Per esempio, è impossibile licenziare, quindi è difficile assumere”. Da questo punto di vista, il governo ha fatto qualche tentativo di migliorare le cose: “la riduzione dell’1% del cuneo fiscale nell’ultima finanziaria va nella giusta direzione. Ma non dimentichiamo che, come diceva Keynes, i sussidi non impediscono il funzionamento delle leggi dell’economia, né queste ultime determinano i fatti: solo le loro conseguenze. E oggi il fatto è che in quasi tutti i paesi UE la spesa sociale supera quella produttiva”.

Il toro va allora preso per le corna. “Se non lo si fa – spiega Cantoni – i sistemi sociali sono destinati a crollare. La ricerca di una via d’uscita deve semmai evitare l’amputazione indiscriminata delle prestazioni sociali. Quel che ho in mente è una riforma pensionistica orientata al mercato e imperniata sulla responsabilità individuale”. La proposta di Prewo è quella di creare per ogni lavoratore una sorta di fondo pensione, che può essere affidato secondo le sue preferenze allo Stato o a imprese private. “La riforma del TFR ci mette sulla giusta rotta. Con questa formula un lavoratore mantiene il controllo dei suoi risparmi e può sviluppare atteggiamenti imprenditoriali, che sono la molla del mercato. La vera solidarietà è figlia della responsabilità: i lavoratori devono smettere di essere solo numeri dell’INPS”. Per quel che riguarda la sanità, il senatore guarda all’esperimento lombardo: “il federalismo è la chiave di volta per aumentare l’efficienza. Ma lo strumento principe per eliminare gli sprechi è la competizione tra la sanità pubblica e privata”.

Purtroppo, tutte le risorse sono scarse: non fa eccezione il capitale politico. Trovare il modo di rendere la riforma politicamente accettabile è la scommessa più difficile. “Sono preoccupato – conclude Cantoni – perché a dispetto della retorica dominante la presenza pubblica locale si sta rafforzando. Il settore pubblico si allarga e si consolida. Questo spiega in parte il nostro declino economico. Ho paura che la coperta sia troppo corta. Eppure, non possiamo rinunciare. Come diceva Reagan, tutti i problemi hanno soluzioni semplici, ma nessuno ha soluzioni facili”.

da Il Foglio, 16 novembre 205

Pensioni: i falsi argomenti dei sindacati

Dai sindacati sette obiezioni senza fondamento

I sindacati, subito dopo la presentazione da parte del Governo della riforma delle pensioni, hanno proclamato uno sciopero generale.
Si tratta di una decisione rituale che appare del tutto immotivata, se non con il proposito di combattere pregiudizialmente ogni riforma.
Contro la proposta del Governo, i sindacati hanno avanzato sette obiezioni all'impianto della riforma.
Nessuna di queste obiezioni è fondata, come è facile comprendere dalla lettura di queste schede che esaminano una per una le obiezioni sindacali e le controbattono con la chiarezza della verità delle cifre.

Non occorre la riforma

I sindacati sostengono che nel 2050 l'Italia sarà il Paese europeo con minor incremento di spesa previdenziale e quindi non avremo un problema di sostenibilità del sistema.

L'obiezione è falsa perché l'attuale incidenza sul Pil della spesa previdenziale è molto superiore alla media europea (13,8% contro 10,4%) e arriverà al 16% nel 2003, per poi scendere di un punto intorno al 2050.

Evidentemente i sindacati ritengono ineluttabile questa situazione, mentre invece il Governo, responsabilmente, vuole ridurre il peso della previdenza per liberare risorse a favore di altri settori della spesa sociale oggi troppo sacrificati.

L'Europa non chiede la riforma

I sindacalisti sostengono che non è vero che l'Europa ci stia chiedendo di realizzare la riforma delle pensioni.

Anche questo argomento è falso perché, anche se l'Unione europea non ha poteri per imporre la riforma, è vero il fatto che da tempo l'Unione Europea ha indicato tra gli obiettivi per il 2010 il prolungamento della vita lavorativa.

Questo prolungamento deve realizzarsi aumentando il tasso di attività delle persone con più di 55 anni di età; tale tasso deve passare dal 38% attuale al 50% nel 2010.

Inoltre l'Unione ha stabilito che entro il 2010 l'età di pensionamento effettivo deve crescere mediamente di cinque anni.

Infine l'Unione, nell'ambito del metodo di coordinamento aperto, non impartisce direttive ma indicazioni politiche di cui valuta i risultati. Tanto è vero che l'Ecofin ha subito esaminato il progetto di riforma del Governo.

Il Governo ha peggiorato i conti dell'Inps

I sindacati sostengono che il Governo, con l'aumento delle pensioni minime a 516 euro mensili, ha appesantito il bilancio dell'Inps.

È un ulteriore falso, visto che il finanziamento dell'incremento delle pensioni è stato posto a carico del bilancio dello Stato.

È inoltre falsa l'accusa che il Governo non abbia rispettato il suo impegno di portare tutte le pensioni minime a 516 euro mensili.

Fino ad oggi hanno beneficiato del provvedimento un milione e quattrocentomila pensionati perché parte della somma prevista nel bilancio dello Stato è stata obbligatoriamente dirottata al prepensionamento da esposizione all'amianto, una legge demagogica, un vero scandalo nazionale, approvata dall'Ulivo nella scorsa legislatura.

La riforma non garantisce le future pensioni

I sindacati sostengono che la riforma non serve a garantire le pensioni future.

Anche questo è un argomento del tutto infondato e può essere dimostrato attraverso semplici numeri.

Nel 2000 un dipendente privato - a 60 anni di età e con 35 anni di contributi - godeva di un tasso d sostituzione pari al 67,3%. Il che equivale a dire che al sua pensione è pari a due terzi dell'ultima retribuzione.

Con la riforma, nel 2030 lo stesso dipendente privato - a 65 anni di età e con 40 anni di contributi - può contare su un tasso di sostituzione del 66,8%. Il che equivale ancora a dire che la sua pensione è pari a due terzi dell'ultima retribuzione.

La riforma cancella le pensioni d'anzianità

I sindacati sostengono che le pensioni d'anzianità verranno cancellate.

È ancora un'obiezione falsa.

Fino al 2007 non cambierà nulla, anzi, chi deciderà di rimanere in attività godrà di un incremento netto esentasse della retribuzione pari al 32,7%.

È sbagliato utilizzare il tfr per le pensioni integrative

I sindacati sostengono che non occorre destinare i fondi per il trattamento di fine rapporto per promuovere il sistema delle pensioni previdenziali.

Anche in questo caso i sindacati contraddicono le loro stesse affermazioni.

L'idea dello smobilizzo del tfr fu lanciata da Antonio Pizzinato del 1987, quando egli era segretario della Cgil.

Nel 1995 i sindacati imposero che, con la riforma Dini, venisse introdotto il tfr anche nel pubblico impiego, con l'obiettivo dichiarato di far decollare la previdenza integrativa anche in quel comparto.

Nessuna tutela per i lavori usuranti

I sindacati sostengono che il Governo non tiene conto dei lavori usuranti e non vuole introdurre norme a tutela di queste posizioni.

La verità è che la disciplina a tutela dei lavori usuranti è prevista fin dal 1992 ed è rimasta incompiuta e inattuata con la complicità delle parti sociali che non hanno voluto concordare la maggiorazione contributiva prevista dalla legge.

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