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Artigiani e Artigianato Fiorentino

Le nobili arti che resero celebre firenze

La Firenze medievale non era dominata dall'artigianato. Fino al Duecento rimase una città arcigna, di torri e di alteri aristocratici venuti dal contado e fieri delle loro tradizioni guerresche; una città di proprietari e possessori terrieri e di contadini inurbati. Poi, misteriosamente e meravigliosamente, fiorì: e per tre secoli, dal Due al Cinquecento, fu la capitale economica e commerciale dell'Europa. Ma il suo era un ceto dirigente di banchieri, d'imprenditori, d'organizzatori di grandi manifatture. Gli artigiani restavano modesti e defilati, inquadrati in quelle arti "mediane" e "minori" alle quali si lasciava poco spazio civile e si accordava scarsa considerazione economica. Solo una genìa di strani artigiani di lusso formatasi all'ombra della volontà dei committenti ecclesiastici e laici - i pittori, gli scultori, gli architetti - cominciò ad emergere e rese famosa la città. Gli "artisti" erano, in realtà, artigiani: ma non furono mai considerati tali. E, d'altro canto, si amò far passare sotto silenzio l'altra grande realtà, che tutti gli artigiani erano cioè, nel loro complesso, degli "artisti".

Vennero poi i secoli della pur dignitosa decadenza: tra metà Cinquecento e metà settecento la città perse il suo primato economico-finanziario, si ripiegò su se stessa, tornò ad essere un centro di proprietari terrieri e di consumatori di rendite (chi non ha sognato "un poderino in Chianti"?). Si risollevò nella seconda metà del XVIII secolo, con i benemeriti Asburgo-Lorena; e finalmente, nell'Ottocento, fu riscoperta dagli stranieri del grand tour e riprese ad ambire al ruolo di capitale, se non dell'Italia unita - lo fu solo per breve tempo -, quanto meno della cultura italiana. E lo fu, tra la fine dell'Ottocento e la metà del Novecento.

In questo clima rinnovato, mentre i turisti cominciavano ad affluire in una città che andava liberandosi dai segni d'un secolare degrado (ma che stava anche assumendo un volto in parte falsato da "sventramenti" e innovazioni architettonico-urbanistiche talora felicissime, talaltra molto discutibili), si provvide anche a cercar di riqualificare una parte dei suoi ceti subalterni ancora contadini inurbati, operai privi di qualificazione (ricordate Metello di Vasco Pratolini?), sottoproletari "senz'arte né parte", come si diceva con un'espressione medievale giunta fino a noi aprendo scuole artigiane e incentivando una produzione artigiana ricercata dai forestieri. Appunto la lavorazione dei metalli preziosi, del ferro battuto, del cuoio, delle stoffe pregiate, degli abiti, degli accessori e delle suppellettili; e poi il restauro e l'antiquariato.

Alla fine dell'Ottocento era stato fondato in Via Serragli, a pochi passi dal glorioso teatro Goldoni, il collegio-convitto degli "Artigianelli", dove tanti ragazzi poveri e senza famiglia venivano nutriti, educati e avviati a un "mestiere" artigiano.

La forte, profonda, definitiva riqualificazione del lavoro artigiano fiorentino, accompagnata da una ridefinizione profonda negli oggetti, nei metodi, nelle funzioni, fu tuttavia più tardi quella imposta dai registi politici e urbanistici della "grande Firenze" degli Anni Trenta. Fu allora che s'inventò - auspice la torrenziale attività di Alessandro Pavolini, segretario federale del P.N.F. di Firenze tra 1929 e 1934.

Fu Pavolini a ideare e a sostenere la tesi di una vera e propria "industria turistica" che avrebbe dovuto avere Firenze come suo centro propulsore. Attorno a tale idea, che faceva del capoluogo toscano il "salotto buono" delle attività culturali "di regime" sì ma intelligentemente e spregiudicatamente aperte, si creò non solo un artigianato fiorentino e una tradizione artigiana fiorentina: ma anche un vero e proprio "stile fiorentino", che si ritrova ancor oggi in certi oggetti d'argento e di pelle, in certe carte stampate, in certi mobili e in certe stoffe.

Era uno stile dichiaratamente ispirato alla gloriosa Firenze medievale e artigianale, ma ripensato attraverso la ridefinizione romantica e non senza un'attenzione molto forte al "medioevo reinventato" dal cinema dell'epoca (La cena delle beffe, La corona di ferro e così via).

Definita nel 1931 "stazione turistica internazionale" con un'apposita legge e fatta oggetto nel 1934 d'un Piano Regolatore che resta il più recente e sistematico esperimento in materia, la città fu energicamente ripensata entro un quadro urbanistico rigoroso: che la collocava tra le ardite modernissime architetture della nuova stazione di Santa Maria Novella protesa verso il pieno centro, le sagome imponenti dei grandi alberghi del centro e dei Lungarni, le chiese monumentali, i musei principali e infine il Parterre di Piazza che oggi si chiama della Libertà e che nel 1939 fu attrezzato per divenire sede della Mostra-Mercato dell'Artigianato. Il lavoro artigiano, in tale contesto, si situava come coprotagonista d'un progetto coerente che dal traffico ferroviario includeva il circuito degli alberghi, dei monumenti e dei musei. Industria turistica e industria della produzione artigiana erano chiamate a svilupparsi in modo dialettico e complementare. E la simbolica delle Arti medievali, che da allora invase Firenze e che del resto era coerente con la propaganda delle istituzioni corporative, possiede questa stessa origine e questa stessa funzione.

(Franco Cardini - Professore Dip. di Studi Storici e Geografici
dell'Università di Firenze)

 

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